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Pizzo Deta (m. 2041)
18 dicembre 2005
Recit d'ascension
La partenza da Roma è fissata per le sei. Con la consueta puntualità Michele arriva sotto casa mia con la Micra verde diesel d'ordinanza, mentre io tengo d'occhio il cellulare nella speranza che Federico De Vita si aggreghi alla comitiva, anche all'ultimo momento, con un disperato SMS.
De Vita non da segni di vita (gioco di parole alquanto banale, lo ammetto), purtroppo. Si parte senza di lui. A Frosinone, però, ci aspetta il "terzo di cordata": Uli, partito da Cori in moto (!).
Questa volta siamo partiti piuttosto in sordina, rispetto alla solita preparazione scrupolosa che ci contraddistingue. Michele è il mago del "giorno prima": relazioni, libri e testimonianze fotografiche rinvenute in internet o al CAI sono l'argomento di fitte e intense telefonate durante i due giorni che precedono l'uscita, ma questa volta solo due scarne telefonatine, di cui una per dirmi: "La parete nord del Pizzo Deta è impressionante! Lo chiamano il 'Cervino dei poveri'!!". Ma si sa: Michele è anche il mago dell'iperbole alpinistica... Di solito si discute a lungo anche sul cosa portarsi, ma questa volta l'intento di ciaspolare senza troppo impegno tecnico, cercando solo di farsi una sana faticata in montagna, taglia di netto la testa al toro: restano a casa corde e ferramenta varia, ci portiamo solo piccozza, ramponi e ciaspe per il tratto iniziale.
L'alba sull'autostrada sembra presagire una giornata di una limpidezza inusitata, grazie alla tramontana che pulisce l'aria (e che preannuncia anche temperature polari...). A Frosinone raccogliamo un Uli per nulla infreddolito dalla cavalcata mattutina in moto - fatta come suo solito alla media di 170-190 Km/h - e, anzi, decisamente allegro e parlereccio: anche questo è un segnale di quello che succederà nel corso della giornata, quando lo scorrere dell'ascensione sarà continuamente interrotto dalle amenità dispensate da Uli (spesso allegramente oscene: si è appena fidanzato…).
Da Frosinone a Veroli è un attimo, e le creste innevate degli Ernici indicano la via da seguire. Le avevamo già ammirate in autostrada (“Anvedi quanta neve, puro a quote basse!”). Da Veroli a Prato di Campoli la strada si snoda lungo una valle amena, quasi svizzera, se la vegetazione e alcuni casi di grottesco abusivismo non ci ricordassero che siamo altrove. A circa 800 mt. di quota affrontiamo - in macchina - le prime difficoltà su ghiaccio: per pigrizia non montiamo le catene, fiduciosi nelle possibilità della piccola Micra - che ha superato ben altre prove - e nelle capacità di Michele-pilota (quando uno è capocordata lo è anche alla guida…).
Prato di Campoli è il classico pianoro carsico appenninico, oasi estiva della pastorizia e oasi invernale dei più classici loisirs da neve. Fortunatamente non è stato ferito da demenziali progetti di sfruttamento turistico invernale. Il freddo è intenso, la neve è sui 15-30 cm a seconda degli accumuli, ma siamo solo a 1100 mt. Oltre a noi solo un'altra macchina. Da qui il Deta sembra il solito panettone appenninico, più che il 'Cervino dei poveri', ma sappiamo bene che il versante spettacolare è quello a nord, che precipita verso Sora.
Ci prepariamo in fretta, tenendo per il momento le ciaspole attaccate allo zaino. L'inizio è come al solito allegro, a ritmo di riscaldamento e condito dagli ultimi pettegolezzi sulla cerchia di amici comuni, alpinisti e non.
La faggeta iniziale è spettacolare, anche se Michele non ha del tutto torto quando esclama: "Sì, vabbe', è bella... però so' un po' tutte uguali 'ste faggete!". Decidiamo di metterci le ciaspole, anche perché "sennò che ce le siamo portate a fa'?" (che è più o meno lo stesso principio in base al quale, io e Michele, utilizziamo chiodi, friends, chiodi da ghiaccio e ammennicoli vari...). Dentro al bosco, improvvisamente, si para davanti a noi un cartello che segnala un bivio: a sx si continua per la via normale estiva, a dx per la 'Direttissima'.
Noi, naturalmente, optiamo per la svolta a dx, un po' per uno squallido senso di sufficiente superiorità alpinistica, un po' perché dal parcheggio avevamo valutato, con il solito atteggiamento da esperti himalaisti, il rischio di valanghe delle varie vie percorribili e, dopo dotte disquisizioni, avevamo deciso che la linea migliore per salire evitava il canale della 'normale' e prendeva con decisione il dorso che sale dritto in vetta.
Quando riteniamo di essere all'altezza giusta svoltiamo decisi a sx, verso la linea di massima pendenza. Continuiamo ad affrontare il pendio boscoso con le ciaspole, perché la neve è decisamente alta e molle. Così affondiamo molto meno, ma naturalmente tendiamo anche a scivolare a ogni passo: i ramponcini delle ciaspole non sono poi così efficienti... Insomma, la fatica è molta e questo, alla fine, si rivelerà il tratto meno divertente della giornata. Penso che abbiamo superato ampiamente i 35° gradi di pendenza con le ciaspole ai piedi (e non sono, in questi casi, comode come nei tratti pianeggianti...), ma nel trade-off 'affondamento-scivolamento' abbiamo dato più peso al primo.
Usciti dal bosco, mentre il panorama si spalanca verso sud-ovest, comincia a farsi strada una consapevolezza amara: nessuno di noi ha portato la macchina fotografica...! Il senso di colpa è più deciso nel sottoscritto, considerato solitamente il fotografo ufficiale del gruppo. Io avevo preannunciato che non avrei esposto la mia attrezzatura ai rigori di una giornata invernale, solo che nessuno di noi ha provveduto all'acquisto emergenziale di una volgare – ma provvidenziale – usa-e-getta...
Quanto la svista sia colossale appare immediatamente dopo che Michele esclama: "Non vorrei sbagliarmi, ma laggiù vedo il mare con il Circeo e Ponza alle spalle...". Inizialmente non gli crediamo: Michele è uno che dice di vedere il mare anche dal pianerottolo di casa e che sarebbe capace di avvistare il Corno Piccolo pure da Courmayeur, ma fatto ancora qualche passo siamo costretti, nella totale meraviglia, a dargli ragione.
Le foto, come detto, non ci sono e le parole sono certamente inadeguate, ma provate a immaginare: la piana di Prato Campoli in primo piano, quella di Frosinone in secondo piano, appena dopo i Lepini divenuti poco più che dei colli e, sullo sfondo, ma visibilissimi e incredibilmente vicini, il Circeo, il mare, Ponza, Palmarola e - addirittura - Ventotene e Santo Stefano un po' più a sud. Confesso di aver lanciato un breve pensiero solidale alla memoria di Massimo Mila, guardando Ventotene ritto su un pendio di neve trasformata, con i ramponi ai piedi... Senza contare che il sole, vista la stagione comunque basso sull'orizzonte, colorava d'oro proprio la striscia di mare che incorniciava Ventotene, quasi a sottolinearla, mentre lasciava in un più usuale azzurro il Circeo e Ponza.
Rimaniamo estasiati, fino a che l'estasi non lascia il posto alle imprecazioni per la mancanza di apparecchi fotografici! A ogni passo un'imprecazione...
Arrivati sul crinale del dorso individuato come migliore via di salita troviamo un ottimo punto di sosta: una specie di conca delimitata da due 'panchine' ghiacciate, seduti sulle quali mangiamo cioccolata e beviamo un po' di the. La nostra soddisfazione e totale, non solo per il panorama incredibile (e ancora ci manca quello dell'altro versante che vedremo dopo...), ma anche perché le condizioni della neve sono davvero ideali: lo strato molle del bosco ha lasciato il passo, lungo il pendio, a una neve perfettamente trasformata, compattissima, con un sottile strato di firm ghiacciato che ci fa volare sulle punte dei ramponi (solo le punte, davvero!). Il pendio non è nemmeno leggero: sui tratti di maggiore pendenza si arriverà ai 40°, ma con una neve così... Io e Uli non usiamo nemmeno la piccozza, fino a che Michele non ci fa saggiamente notare che l’eventuale necessità di autoarrestarsi la consiglia, anche su un pendio così aperto, facile e invitante.
Dopo il 'salottino' di ghiaccio riprendiamo lungo il crinale, intervallato da massi di un calcare molto invitante. Attira subito la nostra attenzione un sassone piantato nel mezzo della gobba, alto circa 2,5-3 mt. e con una faccia perfettamente liscia, che in estate suggerirebbe divertenti prove di aderenza. Ma non è l'unica cosa divertente che il sassone nasconde: dietro lo spigolo che delimita la placca, tra la roccia e il pendio di neve, si è formato un canale ghiacciato, grazie all'esposizione costantemente in ombra, lungo il quale Michele si cimenta in un modestissimo antipasto di quello che ci attende in Val Varaita, dove andremo a gennaio a fare un po' di cascate. I suoi gridolini di soddisfazione da pervertito cascatista - dovremo approfondire, prima o poi, l'analisi delle reazioni pseudo-orgasmiche che noi alpinisti proviamo di fronte a un seracco, una placca di granito o uno scivolo di ghiaccio... - mi attirano immediatamente. Attacco anch'io il canalino, ma senza piccozza. Prima del passaggio di uscita Michele, già salito, fortunatamente mi allunga la sua ed esco anch'io, anche se non dalla stessa parte - quasi verticale - dalla quale è uscito Michele.
Dopo questo veloce diversivo riprendiamo a salire puntando dritti alla croce di vetta. La mancanza di forma fisica comincia a farsi sentire: abbiamo già fatto 700 mt. di dislivello, più della metà su neve molle, e le gambe reclamano un po' di sosta ogni 3-5 passi. La pendenza continua a essere sostenuta e il vento di tramontana che valica la cresta adesso ci investe fortissimo, con folate e mulinelli glaciali.
Circa 50-70 mt. di quota sotto alla vetta cominciamo a renderci conto che la cresta sommitale è tutt'altro che la docile schiena di panettone che avevamo immaginato: è invece piuttosto sottile e tormentata e enormi cornici si gettano formando ampi riccioli sul versante nord.
Appena arrivati in cresta lo spettacolo, che fa il paio con quello ammirato in precedenza, ci appare in tutto la sua magnificenza: il versante Nordo del Deta dirupa con enormi balzi di roccia, che appare anche compatta, verso Sora e la cresta sembra quasi un'enorme onda di mareggiata, spezzata all'improvviso al suo colmo e ripiegantesi su se stessa. Le cornici gettate a Nord sono enormi e richiedono prudenza. Ci affacciamo di sotto utilizzando come 'sicura' la statua della madonnina, posta proprio accanto alla croce di vetta, trionfo dell'invadente simbolismo religioso che occupa tutte le vette d'Italia. Sulla croce e sulla madonnina si allunga uno strato di galaverna spesso quasi un metro, sintomo evidente del tormento portato dai venti notturni.
Oltre lo spettacolo della cresta, un altro imponente spettacolo: gli Appennini centrali sono tutti di fronte a noi. Da sx a dx: il Terminillo, Il Velino, il Magnola con la piana del Fucino e il Sirente, sua maestà il Gran Sasso intuito dietro una sottile cortina di nubi, le montagne del Parco nazionale d'Abruzzo e, infine, i monti del Matese che si estendono verso sud. E, alle nostre spalle, sempre il mare e l'arcipelago pontino.
Una luce eccezionale, chiarissima, lucidata dalla fredda e secca tramontana ci regala questo commovente giro panoramico a 360°. Nonostante il freddo tremendo indugiamo in vetta più del dovuto, ebbri di soddisfazione e continuando a rimirare la parete nord, alla quale promettiamo battaglieri assalti il prima possibile. Se penso che stavamo per sciropparci il solito Terminillo (con tutto il rispetto)… Bisogna davvero ringraziare Cecco per la dritta!
La discesa è un rotolare felici giù per il pendio nevoso e per il bosco, accompagnati da qualche sci-alpinista che scivola veloce e leggero (invidia!) fino a Prato Campoli. Siamo contenti e un po’ distratti, infatti Uli perde un rampone (li abbiamo tenuti fino all’ultimo, un po’ per pigrizia) e se ne accorge solo 100 mt. di quota più in basso: supplemento di fatica per lui che deve tornare indietro a cercarlo.
Ultima fatica: la tappa in una pizzeria a taglio alla periferia di Frosinone. Ordiniamo tre mezze teglie, rispettivamente con 1) funghi e salsiccia (PD); 2) mozzarella, pomodoro e pancetta (TD+); 3) mozzarella, pomodoro e salame piccante (TD-); il tutto annaffiato da abbondante birra Moretti (F+). Un necessario caffè ci aiuta a trovare le energie necessarie per tornare a casa.
In conclusione: una delle uscite più remunerative che abbia mai fatto in Appennino. Il Pizzo Deta è magnifico, soprattutto se si ha la fortuna di azzeccare una giornata come la nostra. Torneremo senz’altro. Ma da nord, la prossima volta.
Alessio Liquori
con Michele Roselli e Uljanov Piersanti
Previsioni Meteo Domenica 18 Dicembre Centro Italia
Questa domenica andiamo tra i monti, tante le ipotesi in gioco. Camicia, Terminillo o...
PIZZO DETA (2041m.)
Partenza un km prima di Prato di Campoli(1095m). Si segue la sterrata che diretta a sud-ovest sale a mezzacosta e raggiunge in breve l'ampio valico dall'elegante nome di Cacata del Lupo (1302m.), dal quale si scende nella sottostante valle dall'allegro nome di Femminamorta, ad uno slargo a quota 1257m. si lascia sulla sinistra il sentiero italia e si segue la sterrata che risale il vallone fino a quota 1440m. Si tralascia il bivio a destra per fossa susanna e si continua nel fosso per circa 100m. e si sale sulla destra traversando in leggera salita il bosco. Usciti dal bosco ci si trova in una conca con qualche casa-baracca di pastori e si devia salendo sulla destra puntando direttamente verso il vado della Cornacchia (2016). Giunti in cresta la si segue fino in cima passando per Mt del Passeggio. La discesa si effettua ritornando indietro dalla cima di Pizzo Deta sino al Mt. Passeggio e da lì si scende direttamente verso Prato di Campoli prima per grossi canaloni, poi nel bosco non troppo fitto, infine si sbuca sulla piana. Le molte varianti possibili la rendono una gita verstile e per tutti i tipi di allenamento.
Metri di dislivello: 950m. in salita e 950m. in discesa
Tempo di salita: 3h 1/2 - 4h
Tempo di discesa: 2h
Possibili varianti: discesa direttamete giunti a Vado della Cornacchia (1h in meno di cammino).
Vista: 360° su tutto l'appennino centrale.
Attrezzatura necessaria in inverno: sci o racchettoni, ramponi.
Auguri Massimo!!!! Bene colgo l'occasione per informarvi che questa sera dalle 10 in poi si brinderà ai 24 anni di max. Poi vi informo anche che questo week-end (forse anche venerdì)sarò al rifugio tempo permettendo. Se volete fate un fischio. C'è già tanta neve, consiglio sci o racchettoni. E ancora vi faccio notare la presenza di due nuove foto (così martina non si lamenta) una mia e una di gioacchino. Purtroppo il formato le sgrana ma se provate a scaricarle (sempre se vi interessa) si vedono meglio. Cmq le foto sono state scattate ovviamente al sebastiani da Ludovica che per questo entrerà a pieni diritti nella lunga lista in basso a sinistra (che culo!!!). Apparte i soggetti di queste foto ella è particolarmente brava anche se nella vita fà tutt'altro. Colgo anche l'occasione per ricordare a fede, luca e giulio che sono i maggiori possessori di foto e che se vogliono darne pubblica visione mi diano un colpo (ahio). Saluti Franz